Quando il tramonto è la mia alba

A volte è proprio vero, bisogna concedersi. Concedersi di cambiare.

Cambiare gli schemi e le routine, a cui siamo tanto affezionati, che ci rassicurano sempre così tanto e scandiscono i nostri miliardi di attimi quotidiani.

La mia destabilizzante, drammatica, “rottura” degli schemi in queste settimane, è stata quella di scegliere di correre al tramonto invece che all’alba. Come al solito in controtendenza, visto che con il simpatico Caronte e tutta la cumpa di ondate di calore, si consigliava di correre proprio alla mattina (hmmm, ma dico 35° anzichè 40°, faranno così tanta differenza? Vabbè).

Mi prendo un attimo, e ripenso al perchè ho spostato l’orario della mia corsa.

Penso alla felicità di sgommare dall’ufficio, uscire dalla frigo cella di aria condizionata e lanciarsi con la bici a tremila all’ora per i viali, con l’umidità che mi sfigura la faccia (eh lo so, brutta immagine, ma è molto real TV). Con le goccioline di sudore che mi rigano la schiena: ma “cazzomene”*, tanto tra un po’ sono ancora più sudata! :)

Correre su per le scale, levarsi in un atto liberatorio tutti gli abiti da ufficio e infilarsi in 2 secondi braghette e canotta. Orologio, iPod, visiera (sempre per fare un po’ la figa, che in realtà a quell’ora mica ce n’è bisogno). Oddio, adoro l’estate così minimal in tutto, abbigliamento e menate varie comprese.

Poi finalmente parte la mia ascesa; rompo il fiato, lascio i fumi di scarico delle macchine, i rumori dell’aperitivo, e salgo su, più su …ancora un po’ … fiato cortissimo, adesso mollo, mannò dai che ci sono e ….la cima! Inizio a vedere i profili delle colline, la luce arancione virata già di rosa, San Luca in lontananza. Profumo degli alberi, il vento caldo che soffia, ma mi accompagna.

Mi mancano un po’ solo tutti quegli animaletti che incontro di solito la mattina, perchè col cavolo che se ne stanno in giro al tramonto. Gli unici animali che ritrovo sono una marea di cicale (pure troppe, visto che sorpassano l’audio dell’iPod, sticazzi) e le Vespine dei pachistani che vanno a consegnare pizza sui colli (e qui vorrei aprire una lunga parentesi sul farsi consegnare una pizza in inculonia, ma sorvolo. Però ci penso: ma a che temperatura arriverà quella pizza? La useranno come freesby?!)

Arrivo al dunque, la discesa. Devota alle mie ginocchia, che come al solito sopportano le mie pazzie, aumento il ritmo: la città che si sta illuminando piano piano, diventa sempre più grande sotto di me. Mi sento sempre un po’ regina in questi momenti: della strada, di Bologna, della mia vita. E’ un attimo, ma è prezioso più di tutti i milioni di attimi della mia giornata. Riconosco velocemente le zone della città, e ogni volta scopro punte di torri e campanili che…”ma dove cavolo sono, che quando sono in giro a piedi in città non le ho mai viste?!” #mistero.

E’ una corsa bislacca, lo so, scomposta perchè non me ne frega niente. E’ a pieni polmoni, con le spalle tirate indietro e la testa alta. E’ veloce e sorridente, perchè se incontro uno sperduto viandante a quell’ora, l’unica cosa che posso fare è sorridere.

Final stop. Città di nuovo. Rallento, mi ricompongo. Ebbene sì, lo confesso: corro nuda.

No, scherzo! Quando sono fuori portata da troppi occhi, adoro arrotolarmi tutta la canotta, molto stile Marc Lenders, ma che goduria sentire il fresco anche sulla panza! :)

Mi piace ogni tanto devastarmi la routine.

* espressione autentica e spontanea che è rimasta nel mio gergo da anni passati nella milanesità più milanese che esista.

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