Ti odio poi ti amo poi ti amo, poi ti odio, poi…ti amo.

Mina non credo se la prenderà se uso una sua frase per descrivere questi ultimi momenti pre maratona di Firenze. Ma d’altronde è proprio così.

Non è la prima, è la seconda che corro. La prima nemmeno un anno fa, Roma, 18 Marzo 2012. Guarda caso, dopo quei 42km, ho iniziato a scrivere assiduamente di corsa. E forse ho iniziato anche ad amarla, veramente.

Credo sia perchè è scattato il “feeling”: è una distanza che mi ha sedotto impegnandomi con i suoi lunghi tempi. Non un flirt, come sono i 10km, e nemmeno una relazione intensa ma che comunque  finisce proprio poco prima di diventare seria, come i 21km.

No, la maratona ti tiene lì, ti fa scendere a compromessi, ti rimette in discussione e non c’è altro da fare che andare in profondità. Perchè ti chiede tempo, sì, ma ti assorbe energia e al tempo stesso te la fa rilasciare. Macini chilometri, e saluti persone festanti che ti supportano senza sapere chi sei, macini chilometri e pensi, macini chilometri e cerchi con gli occhi i punti ristoro (a volte li immagini anche se non ci sono), macini chilometri e scambi parole, di un qualsiasi argomento, purchè sia qualcuno che abbia il tuo stesso passo.

La maratona è una bella signora, ti affascina e non puoi non farti incantare dalla magia di arrivarci in fondo. Sì, è vero, forse dopo un po’ di approcci inizi a rimanere intrappolato nella rete dei minuti … “la prossima ci metterò un po’ meno, me lo sento”. E così si tesse la sua tela, perchè mentre ne corri una, stai già preparando la seconda. Questo secondo appuntamento che nell’euforia di concludere il primo, ti aspetti già che sia meglio.

A volte la odi, perchè come in tutti i rapporti, ti respinge. “Non siamo fatti l’uno per l’altra, mi dispiace.” Ti insinua sempre quella paura, concreta, di non farcela. Oppure ti schiaffeggia con un “Possiamo fare una pausa e magari riprovarci tra un po’. Sì, credo proprio tu abbia bisogno di una pausa di riflessione” (credo che siamo tutti d’accordo sul fatto che odiamo le pause, no? E soprattutto quelle di riflessione).

La odi perchè ti lascia delle cicatrici, che spesso occorrono mesi per cancellarle. La odi perchè ogni volta che hai un appuntamento con lei, sai che ti devi “tirare a lucido” ed essere un figurino. Quindi sacrifichi un panino, un dolcetto, una birretta (dio me ne scampi, io non ce la faccio proprio a stare in riga… in fondo NON sono una persona seria!). Aperitivi declinati, pizze rimandate, torte di compleanno su cui l’unica azione che si fa è: spegnere le candeline. Mangiare? Manco per sogno.

E intorno? Intorno si anima il coro dei parenti e degli amici, che iniziano a giudicarti dalla prima uscita. C’è chi semplicemente ti bollina come invasata e pazza, come la solita a cui piacciono solo robe “stravaganti”. Ma per fortuna è una piccola parte. Molti ti sostengono, e anzi, più vai avanti nella frequentazione, e più ti sono vicino: anche se non sono con te nel momento dell’appuntamento, vivono le tue stesse emozioni. Condividono e studiano il luogo e il percorso; ti telefonano prima dell’appuntamento per darti la carica e all’occorrenza tranquillizzarti; ti aspettano e sono pronti a confortarti dopo che la tua testaccia dura avrà voluto provare un’altra volta a vedere come sono questi 42km.

Come mi ha detto ieri sera  il mio coach al telefono: sarò una testaccia, ma è proprio quella che mi farà arrivare in fondo. Possibilmente facendo sì che il mio appuntamento sia straordinario, intenso, ma il più breve possibile.
Un grazie tra le righe a tutti quelli che in questi giorni mi stanno supportando nonostante i miei gusti … “stravaganti” :)

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