Dai la cera, togli la cera.

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Ammetto di aver passato 2 o 3 giorni davvero brutti. Cupa e nervosa, il sole della settimana scorsa non ha fatto altro che rabbuiarmi dentro.

Infastidita dal pensiero di non poter andare fuori e far mulinare le gambe, come si dice qui a Bologna, “ci ho dato su” anche a una seduta di terapia. Credo fosse quell’atteggiamento tipico che ti prende quando perdi la speranza ed imbocchi il tunnel, scavandoti la fossa da solo. Quel rifiuto che non vuole sentire compromessi, nè conforti.

Credo che a volte il termine di “sconsolata” mi si addica molto bene, per quanto riesco a tirar su gli altri di morale (o almeno spero) per quanto non vi sono parole, quando sono a terra, in grado di tirarmi su. E so perfettamente che è come una malattia, devo aspettare che passi, metabolizzarla, voltarmi indietro e dirmi: “Ok, sei una cogliona”.

Così ho fatto anche dopo i 2 o 3 giorni, finiti direi con sabato. Continuavo a piangermi addosso, sconfortata dal fatto che la caviglia mi fa ancora male e che Enrico, il fisioterapista, non mi avesse ancora dato un pronostico del “quando” potrò allacciarmi di nuovo le stramaledette scarpe da corsa (e tra l’altro, ce ne sono ben 3 paia ad aspettarmi, ma porc…). Insomma, la sindrome di Calimero era piombata violentemente su di me.

Poi non so cosa sia successo. Ho letto un po’ del mio magico libro, “Lo zen e l’arte della corsa”, saltando per la prima volta durante una lettura interi capitoli (siccome amo l’ordine e le regole, non ho mai saltato una pagina di un libro in vita mia, giuro) e andando al capitolo infortuni. Niente che facesse al caso mio, ma come sempre, quando sto male i libri sono l’unica fonte di conforto: leggo di qualcuno che ha le mie stesse sfighe, e il mondo si è un po’ più sopportabile (lo chiamerei “Principio dell’equità della jella, oggi a te, domani a me”.)

Ho sentito un po’ di amici e amiche, qualcuno dopo allenamenti super potenti ad alto chilometraggio di bici e corsa, qualcun altra dopo la sua prima 10km competitiva. Insomma, good vibes che hanno fatto centro. Ho letto di qualcuno che mi ringraziava per tutte le volte che lo avevo fatto uscire a correre quando non ne aveva voglia, e allora mi sono detta: “Dai cazzo, Anne, ma prima o poi ci torni, perdinci!”

E poi mi sono uccisa di vasche. Di tutti i tipi. Rana, stile, dorso, mentali, … Ho argilizzato la caviglia come se fossi stata Demi Moore in Ghost, continuando a impiastrarla incessantemente. Chissà se conta. (intanto ho notato che Patrick Swayze non è arrivato, evvabbè).

Sono molto preoccupata per il momento in cui rinizierò, la paura di sentire dolore e di non poter correre come prima la tocco con mano. Ma da qualche parte bisogna ricominciare. Sarà noioso, sarà stancante, ma sarà formativo. Sono già nel mood Daniel LaRusso in Karate Kid: “Dai la cera, togli la cera“. Fai un km, togli un km.

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2 thoughts on “Dai la cera, togli la cera.

  1. sapevo che la nostra Anne avrebbe trovato un lumicino da qualche parte per proseguire verso la fine del tunnel. Tunnel lungo e buio, ma con un’uscita sicura dall’altra parte. Rinnovo il mio sostegno e la voglia di vederti a Valencia!

    • io rinnovo la voglia di vederti e il ringraziamento per le belle parole che mi regali sempre. Sto lottando con ogni tipo di strumento e rimedio, per cercare di riprendere tra 15gg. Per ora sono ancora dolorante, ma ce la voglio mettere proprio tutta, porcamiseria!

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